• Gigi De Palo

8. I limiti della nostra leadership

Sono da sempre un tifoso della squadra di calcio della Roma. Un tifoso un po’ sui generis perché, fin da quando sono bambino, mi sono innamorato del calcio guardando le partite insieme a mio padre tifoso della Lazio. Non so come mai non ho seguito le sue orme, forse perché è arrivato prima mio nonno Marcello che, una calda sera di agosto mi ha portato a vedere la mia prima partita di calcio: Roma-Atletico Mineiro. Faccio questa premessa perché sto per parlarvi dei limiti della nostra leadership usando l’esempio di Francesco Totti. Non sono mai stato un grandissimo estimatore dell’ex capitano giallorosso. Senza dubbio è stato il più grande calciatore che la Roma abbia mai avuto, forse uno dei primi 10 calciatori italiani di tutti tempi, ma non mi ha fatto mai impazzire – a proposito di leadership - la sua gestione della rabbia. Torneremo anche su questo argomento, quando parleremo della “padronanza di sé”, ma non ora.

Nella nostra quotidianità alterniamo momenti in cui siamo dei leader indiscussi e altre in cui, invece, pur avendo una leadership conclamata, siamo totalmente dipendenti dagli altri. Totti in un campo di calcio, con la maglia della Roma e la fascia da capitano era oggettivamente un leader. Bastava vederlo quando davanti ad una punizione appena fuori dall’area di rigore prendeva il pallone in modo quasi arrogante per calciare in porta. Ci sono stati giocatori migliori di lui, in vari periodi, nella Roma a tirare le punizioni. Penso ad Assunçao, penso a Julio Baptista, penso a Pjanić. Eppure fino a quando giocava Totti quelle punizioni sono sempre state tirate da lui, pur avendo una media realizzativa inferiore ai calciatori che ho citato poc’anzi. È evidente, quindi, che Totti in quel frangente era un leader indiscusso. Ma se Totti, nel medesimo periodo storico, in uno dei suoi oltre vent’anni di calciatore ad alti livelli, lo avessimo messo in una classe di bambini ad insegnare l’inglese avremmo visto non solo tutti i suoi limiti, ma avremmo assistito anche allo sgretolarsi di quella sua leadership indiscussa.

Cosa voglio dire? Semplicemente che ciascuno di noi ha degli ambiti in cui è un leader e altri in cui non riesce ad influenzare nessuno. Immaginate adesso il vostro professore universitario, quello più figo di tutti, quello che con le sue lezioni ha cambiato la nostra vita. Nell’aula dell’università “se la comandava” come pochi, quando parlava lui c’era un silenzio assoluto e ai suoi esami la tensione si tagliava col coltello. Ora proviamo ad immaginarlo in pigiama, con la barba lunga in un letto di ospedale perché deve operarsi di appendicite… vedete come la storia cambia. In quel contesto non sarà più lui il leader, ma magari l’infermiera che gli dirà in modo brusco che non può né mangiare né bere dopo l’intervento.

Ci sono ambiti in cui siamo leader e per questo dobbiamo dare tutto noi stessi e altri ambiti in cui non possiamo esercitare la nostra leadership, ma dovremmo attenerci alle indicazioni che ci daranno altri. Vivere con serenità queste situazioni senza avere la sindrome del “lei non sa chi sono io” fa bene al nostro ego, alla nostra vita. Conoscere i nostri limiti fa bene alla nostra leadership.


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