• Gigi De Palo

27. La solitudine del leader

L’iconografia che ci viene proposta a livello mediatico del leader è quella di un vincente, di una persona realizzata, circondata da persone che fanno quello che lui dice sempre con il sorriso stampato sulle labbra. Il capo di un team affiatato che segue pedissequamente le sue indicazioni e i suoi consigli. La persona decisa, che sa sempre dove andare. Il generale che riesce ad anticipare i problemi e a condurre la nave al porto. L’uomo o la donna che non devono chiedere mai! Questa, stressandola un po’, è la narrazione che viene comunemente fatta anche nei tantissimi corsi che potete trovare online.

Ma dove? Ma quando mai… ma che di che film stiamo parlando? Questo è il mondo della fantasia, poi c’è la realtà. Fatta di umanità, difficoltà e complessità.

Perché alla fine della fiera, un leader, è una persona normalissima, con i suoi difetti e le sue debolezze che prova a dare il meglio di sé, non sempre riuscendoci. È una persona che prova a non tirarsi indietro dinanzi alle sue responsabilità, a non fare il fuggiasco. Una persona che ha chiaro il fatto che una sua decisione può essere determinante per la risoluzione di un problema. Che non ci dorme la notte sapendo gli stipendi di tante persone dipendono da lei. Che fa di tutto per creare il giusto affiatamento del suo team, ma non sempre ci riesce perché le relazioni umane possono essere, anzi, sono complicate. Perché le difficoltà e le fragilità dei suoi dipendenti non sono un gioco o un astratto esercizio di team building per andare d’accordo.

Quando penso a un leader, penso in particolar modo alla sua solitudine. Penso alle tante notti insonni per trovare la soluzione ad un problema. Penso alla fatica quotidiana del cercare sempre una mediazione tra le tante teste differenti di chi lavora insieme a lui o a lei. Penso al fatto che la maggior parte delle volte la squadra che ha a sua disposizione non se l’è potuta scegliere. Penso al suo sentirsi a volte incompresa, abbandonata. Penso al suo portare nel cuore il peso dell’urgenza di fare bene ogni cosa. Penso alle critiche che riceve, la maggior parte delle volte alle spalle, da chi non sa nemmeno cosa sia avere responsabilità.

Perché ci sono momenti in cui un leader prima di mostrarlo ad altri deve dimostrare a sé stesso di esserlo. Nel silenzio della sua stanza. Davanti al soffitto bianco quando non riesce a prendere sonno. Mentre si guarda allo specchio in bagno. Quando i problemi ti schiacciano e subentra la tentazione di lasciare tutto. Quando senti nelle ossa una tristezza indicibile, un dolore pesante nel cuore.

Quello, proprio quello è il momento in cui un leader sta dando la vita. Quello è il momento della più grande solitudine, quando l’angoscia diventa speranza. Quando la solitudine diventa coraggio. Quello è il momento della leadership. Il tempo per decidere se trasformare la solitudine e le difficoltà in fuga o se confermare l’opzione fondamentale di vivere tutto, anche il proprio lavoro come qualcosa di più grande. Come una missione, come un’occasione di amore. È lì che la l’abbandono ti trasforma la postura con cui vivi la vita. È lì che la rassegnazione diventa coraggio.

La solitudine di un leader fa male, ma è necessaria. Non è una scelta, ma una condizione. Molti la fuggono, ma l’unica soluzione è abbracciarla e farne, come sempre, una fonte di ispirazione, un capolavoro, un’occasione di crescita.




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