• Gigi De Palo

25. Le riunioni difficili

La riunione più difficile a cui ho partecipato è stata nel salotto di casa mia. Eravamo una decina di persone. I sei amici più cari che ho, quelli con cui sono cresciuto e con cui ho condiviso le cose più importanti della mia vita, la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, e altri due amici che conoscevo bene, ma non come quei sei. L’ordine del giorno aveva come voce principale l’organizzazione di un evento per allestire una mostra fotografica sull’orfanotrofio di Ilula. Nel 2001, infatti, partimmo per un’esperienza di servizio in Tanzania. Un mese e qualche giorno in un paesello sperduto in Africa a prendere pugni in faccia., a toccare con mano la sofferenza e la povertà. Tornati sentivamo il desiderio di raccontare a tutti quello che avevamo visto. E così fondammo un’associazione. E proprio in uno dei primi direttivi della nuova associazione, tenutosi proprio a casa mia, mi ha segnato profondamente. Raramente mi sono sentito così straniero e solo. Durante la riunione hanno iniziato ad attaccarmi duramente, a mettere in discussione la mia consapevolezza perché a loro modo di vedere il progetto che proponevo era troppo grande ed irrealizzabile. E così sono arrivati gli sfottò, gli ammiccamenti tra di loro. Mi hanno fatto passare per un credulone, per una persona astratta, che confidava nelle promesse di tutti, senza un minimo di consistenza.

Ma cosa gli avevo detto di tanto sconvolgente? Semplicemente che il Comune di Roma e altre realtà che avevo contattato come sponsor ci avrebbero aiutato a raccogliere diecimila euro per realizzare la mostra e per prendere in affitto il locale.

Ricordo ancora oggi che, finita la riunione, prima di salutare tutti, scappai per non farmi vedere con gli occhi gonfi di pianto. Andai in camera da letto a sfogarmi per la rabbia e la tristezza che sentivo dentro. Mi sentivo ferito, umiliato, incompreso anche dagli amici di una vita, quelli che ti scegli come una seconda famiglia.

Oggi, a distanza di diciannove anni, posso dire che quella riunione è stata una benedizione. Un bagno di realtà e di umiltà che mi porto ancora dentro. Forse la riunione più difficile della mia vita, almeno sinora. Senza quel consiglio direttivo così acceso, senza quegli schiaffi in faccia, forse sarei rimasto bruciato in altre occasioni meno “familiari”.

Quella circostanza mi ha forgiato, mi ha aperto gli occhi. Quella vergogna mi ha motivato perché ha messo a dura prova il mio amor proprio e il mio orgoglio. E mi ha detto chiaramente che si può sopravvivere alle umiliazioni. Anzi, che fanno pure bene…

Non a caso una volta - (ero assessore alla scuola del comune di Roma), durante il Consiglio Comunale, per un problema burocratico presentai una delibera in ritardo - mi ritrovai ad essere ferocemente attaccato da tutta l’assemblea capitolina, ovvero tutti i consiglieri di maggioranza e di opposizione, nessuno escluso. E mentre fermo sul mio scranno per quasi quattro ore ad ascoltare le feroci critiche – quasi sempre immotivate – per il mio ritardo, ricordai la riunione a casa mia e pensai che era nulla in confronto.

E, ancora oggi, tutte le volte in cui mi trovo a dover gestire situazioni associative complicate, faccio memoria di quella lezione che la vita (e miei amici) vollero darmi.

Ho presieduto, nel tempo, anche assemblee particolarmente violente, quando la posta in gioco e gli interessi sono tanti, la democrazia associativa si complica e alcuni arrivano anche alle mani, e tutte le volte mi accorgo di quanto quell’esperienza sia stata veramente preziosa.

Dove voglio arrivare? In primo luogo a ripetere, l’ho fatto spesso in questo percorso e continuerò a farlo anche in futuro, che non si butta via niente delle nostre esperienze. Che tutto porta frutto se lo vogliamo.

In secondo luogo che la mia leadership, anche in ambienti meno amicali e più difficili, la mia capacità di condurre riunioni e di gestire assemblee non sempre pacifiche e allineate è nata quella sera.

E la tua? Hai mai pensato a quali situazioni difficili hanno accelerato la tua crescita e hanno dato uno stile alla tua leadership?


E comunque avevano ragione loro quella sera. Non raccogliemmo diecimila euro per quella mostra, ma venticinquemila! Inutile dirvi che dopo quelle lacrime mi motivai quindicimila volte di più…


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