• Gigi De Palo

21. Non si butta via niente

Nel 1997 ho fatto l’obiettore di coscienza. L’ho voluto fare con tutte le mie forze perché non ho mai amato le armi e perché ero profondamente convinto del fatto che un anno della mia vita potesse essere messo al servizio degli altri.

Una prima parte – pochissimi giorni a dire il vero – sono stato alla Caritas, ma poi ho svolto il mio servizio all’interno del Comitato Italiano per l’Organizzazione della Giornata Mondiale della Gioventù. Non so se ricordate, durante il Giubileo del 2000, circa due milioni di giovani nella spianata di Tor Vergata. Ecco, quella cosa là.

Un’esperienza bellissima: mi sono spaccato la schiena tre anni per organizzare una sola notte. E il primo di questi tre anni, come detto, l’ho fatto come obiettore di coscienza. Sopra di me, come mio responsabile, avevo un giovane ingegnere di cui preferisco omettere il nome anche se lo ringrazio di cuore.

Questo ingegnere non sapendo cosa farmi fare, per tutta la durata del mio servizio non ha fatto altro che darmi compiti inutili, incarichi vani che provava a vendermi come indispensabili. Ogni mattina si metteva dietro la sua scrivania da dirigente e si inventava qualcosa da farmi fare: il suo obiettivo era impegnare il mio tempo. Nonostante sarebbe stato importante anticipare alcune scadenze, lui perdeva ore per farmi girare a vuoto. In un primo momento mi fece togliere le ruote di tutte le scrivanie delle postazioni che stavamo allestendo, salvo poi chiedermi di rimetterle perché senza ruote non si aprivano i cassetti. Poi mi fece contare la cancelleria, preoccupato del fatto che qualcuno, di notte, venisse a rubare i temperini o le matite dal cassetto. E così ogni mattina come prima cosa dovevo girarmi l’ufficio per fare l’inventario della cancelleria delle 22 postazioni…

Insomma un tempo buttato via. Un periodo inutile. Un anno alle dipendenze di un pessimo leader che non sapeva come gestire una risorsa motivatissima e piena di energia come era il sottoscritto a 21 anni!

Eppure, e lo scrivo oggi a distanza di quasi 23 anni, tutte quelle ore apparentemente inutili hanno portato dei frutti incredibili nella mia vita. E per questo lo ringrazio. Ricordo con chiarezza un momento specifico. Ero solo in una delle tante stanze dell’ufficio. Avevo in mano un cacciavite e stavo per svitare l’ennesima ruota dalla scrivania. In quel momento, mentre lo sconforto cominciava a fare capolino, mi sono detto: “Tutto è grazia. Tutto concorre al bene se lo voglio. Tutto mi può educare e può portare frutto se non lo butto via. Se trasformo questa rabbia e questa umiliazione in qualcosa di bello per me”.

E mi sono detto che avrei dovuto eseguire quella cosa, assolutamente inutile, come la cosa più bella e importante della mia vita. Avrei dovuto cercare di togliere quella ruota con tutto l’amore e la passione di cui ero capace. Lì per lì, chiaramente, non è cambiato nulla, ma di questi momenti apparentemente inutili ce ne sono stati tanti, e tutte le volte che capitano, ricordo quel momento. E mi vedo in quella stanza vuota con il cacciavite in mano. E tutto cambia. Quella esperienza anche frustrante mi ha insegnato tanto. Mi ha fatto capire che comandare, dirigere, è una cosa seria. Che un leader ha una responsabilità immensa perché può motivare o demotivare chi lo segue. Dopo quella esperienza ho avuto alle mie dipendenze tantissimi ragazzi del Servizio Civile (nel frattempo le cose sono cambiate e non si chiama più obiezione di coscienza), ma ho sempre avuto un grande rispetto per la loro energia e il loro desiderio di non sentirsi inutili. Perché anche fare le fotocopie si può fare come un capolavoro se un leader ti mostra la loro importanza e ti fa sentire parte di un progetto.







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